UN VIAGGIO NELLA SPIRITUALITÀ E TRADIZIONE INDÙ

Uno degli aspetti che più mi ha affascinata e colpita del mio soggiorno in India è stato proprio il rituale della cremazione a Varanasi. In un luogo dove la vita e la morte si intrecciano in modo così profondo, osservare questo antico processo mi ha dato l’opportunità di entrare in contatto con un aspetto fondamentale della spiritualità indù, che si riflette non solo nel rito, ma anche nella visione stessa della vita e della morte.

la cremazione: un atto di liberazione spirituale

Secondo la filosofia induista, il corpo fisico è solo un veicolo temporaneo per l’anima, che è immortale. Alla morte, l’anima lascia il corpo per intraprendere un nuovo viaggio, reincarnandosi in un altro essere. Tuttavia, questo ciclo di reincarnazione è visto come una prigione. Solo quando l’anima raggiunge la moksha – la liberazione dal ciclo della nascita e della morte – può finalmente sperimentare la pace eterna.

Secondo i testi sacri, l’anima attraversa un ciclo di 84 reincarnazioni prima di poter raggiungere la moksha. Ogni reincarnazione rappresenta un’opportunità di purificazione, ma anche un legame con il ciclo di sofferenza e rinascita, finché l’anima non riesce a liberarsi definitivamente.

Ecco perché, per gli induisti, la cremazione non è solo un rito di addio al corpo, ma un passo fondamentale verso la liberazione. La cremazione purifica il corpo e aiuta a distogliere l’anima dai legami terreni, che la trattengono nel ciclo delle reincarnazioni. E Varanasi, con il suo potente simbolismo spirituale e il sacro fiume Gange, è il luogo più ambito dove questo rito può essere compiuto, poiché si crede che chi muore e viene cremato in questa città possa ottenere la moksha senza dover più reincarnarsi.

il rituale di cremazione: un rito profondo e rigoroso

L’intera gestione del processo è affidata al figlio maggiore del defunto o, in sua assenza, al membro maschio più anziano della famiglia. Quest’ultimo si rade completamente la testa lasciando solo un ciuffo come manifestazione di lutto, compie abluzioni rituali e indossa abiti bianchi, segno di distacco dal mondo terreno. Le donne, invece, non possono occuparsi di questa parte del rituale, poiché sono considerate “troppo emotive” per una cerimonia che deve essere eseguita con distacco e controllo delle emozioni.

Il corpo del defunto viene avvolto in un lenzuolo colorato, solitamente arancione se il defunto è un uomo, e bianco se è una donna. Successivamente, viene trasportato lungo i ghat su una barella realizzata con canne di bambù, accompagnato dai familiari. Prima di essere posizionato sulla pira funeraria, il corpo viene immerso nel sacro fiume Gange per una purificazione simbolica, per poi essere asciugato sulla riva. Tuttavia, non tutti i corpi vengono cremati. Ad esempio, le donne incinte, i bambini piccoli e i santi o i yogi, non sono sottoposti alla cremazione, poiché si ritiene che siano già puri.

Dopo circa tre ore, il corpo è completamente bruciato. Una volta completata la cremazione, i familiari raccolgono 8 frammenti del corpo, inclusi pezzi delle ossa, e il cranio viene rotto con una canna di bambù. Questi resti, insieme alla cenere, vengono conservati in un’urna, che sarà portata a casa dal parente più prossimo. Il lutto dura 12 giorni, durante i quali la famiglia continua il processo di purificazione, mantenendo l’urna in casa e seguendo pratiche rituali per onorare il defunto.

Al termine dei 12 giorni, la famiglia si reca sulle rive del sacro Gange, dove, sotto la guida di un bramino, si prepara una miscela di cenere, farina, oli essenziali e acqua del Gange. Questo composto viene modellato in piccole palline, che vengono poi disperse nel fiume mentre vengono recitate preghiere. 

i dom: custodi del rituale della cremazione

I Dom, storicamente appartenenti alla casta degli intoccabili, hanno un ruolo cruciale nei riti funerari di Varanasi. Tradizionalmente, sono loro a occuparsi delle cremazioni dei defunti lungo i ghat, un compito che li ha resi essenziali per il corretto svolgimento dei rituali.

Secondo la mitologia indù, l’origine del ruolo dei Dom è legata a una maledizione che Shiva scagliò contro un membro della loro comunità, Kallu Dom. La leggenda racconta che Kallu cercò di rubare un orecchino della dea Parvati, suscitando l’ira divina. Come punizione e per ottenere il perdono, la comunità dei Dom fu destinata a custodire il sacro fuoco che arde ininterrottamente a Varanasi. Da allora, i Dom sono diventati i custodi di questo fuoco, un simbolo di purificazione e di connessione con il divino.

il rituale della cremazione: un’esperienza toccante

Durante il mio soggiorno a Varanasi, ho avuto la fortuna di parlare con un bramino che mi ha raccontato la profondità e la bellezza di questa tradizione funeraria, così centrale nella spiritualità indù. Visitare i ghat e assistere a queste cerimonie può essere un’esperienza molto forte, ma se te la senti, vale davvero la pena.

Ovviamente, è fondamentale farlo con il massimo rispetto per i defunti e le loro famiglie, consapevoli del significato profondo che queste tradizioni hanno per loro.

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